Categoria: Politica

23.06.06

Permalink 03:41:39, Categorie: Politica, 423 parole   Italian (IT)

IL PARTITO DEMOCRATICO: LA NUOVA ARABA FENICE.

di Achille Occhetto.

Si parla molto di partito democratico. Anzi, si può dire che tutti ne parlano, ma nessuno sa che cosa è esattamente. Proprio come per l'araba fenice.

Come credo si sappia, io non ho alcuna avversione per i processi di unificazione delle forze politiche, e non nutro alcuna forma di preclusione di principio, o ideologica, nemmeno per il partito democratico.
Ho invece una netta avversione per le prese in giro, alle quali, purtroppo si prestano ancora alcuni "ulivisti" in buona fede.
La principale presa in giro consiste nella circostanza che a parlare della necessità di unire i diversi riformismi della realtà politica e culturale del nostro paese sono proprio coloro che subito dopo le recenti elezioni politiche hanno dato spettacolo contendendosi il campo fino all' ultimo sottosegretario, anche a costo di usare vecchie differenziazioni ideologiche al solo scopo di mantenere o rafforzare le proprie postazioni in termini di posti o di sfere di influenza.

La presa in giro si manifesta in tutta la sua più clamorosa sfacciataggine quando di fronte alla proposta di una candidatura ad Amato si dichiara candidamente: "lui non é dei nostri". Ma come, non eravamo diventati tutti socialisti? E se Amato non é dei loro, con chi lo fanno il partito democratico?

Questi episodi ed altri ancora rivelano la natura dell'errore di partenza che si è compiuto fin da quando é stata avanzata la proposta stessa della formazione di un partito democratico. L' errore di aver preso le mosse dal contenitore invece che dai contenuti; l'errore di non aver cercato di muoversi in stretto legame con la società civile, e di aver impostato tutta la questione in termini di ristretta fusione di vertice, per altro fino ad ora mal riuscita se si tiene conto della crescente conflittualità che domina i due fondamentali apparati burocratici che dovrebbero fondersi.

E ultimamente siamo arrivati al colmo che invece di aprire un grande processo di consultazione e di ricerca di massa si é dato vita ad una ristretta cabina di regia tutta interna alla nomenclatura di partito.
Una strada questa che invece di correggere uno dei mali fondamentali dell'attuale situazione politica, che consiste nell'essere essa dominata da una partitocrazia senza partiti, la aggrava all'ennesima potenza.

Si illudono gli ulivisti ingenui che condividono queste nostre critiche, ma pensano di poterle fare valere dall'interno e aderendo all'attuale proposta di partito democratico.

La strada da seguire é un'altra: é quella della Costituente delle idee, da noi del Cantiere proposta da tempo e per la quale prepareremo, per l'inizio di autunno, una grande e significativa iniziativa. Ma di questo parleremo la prossima volta.

30.05.06

Permalink 08:35:26, Categorie: Politica, 357 parole   Italian (IT)

Lettera aperta al Consiglio d’Europa.

di Antonio Tabucchi

Da qualche tempo a questa parte un ministro di uno Stato che non appartiene alla Comunità Europea ma che è geograficamente incuneato nell’Europa come un’enclave, sta pesantemente interferendo negli affari interni della Comunità sulle basi e sui valori che ne reggono i fondamenti e la Carta comune. Il ministro in questione, perché sostanzialmente questa è la sua carica, è il cardinal Camillo Ruini, dello Stato Vaticano, che oltre ad essere come dicevo Stato extra europeo, è anche Stato teocratico, essendone a capo un vescovo superiore, con funzioni di sommo sacerdote, la cui parola, a detta delle norme in vigore presso quello Stato, discenderebbe direttamente da Dio. Il che costituisce affermazione e posizione politicamente assai inquietante.

Gli interventi di tale ministro in favore di una famiglia fondata esclusivamente sul matrimonio, sul ripudio delle unioni civili, sulla condanna dell’ omosessualità, dell’interruzione di gravidanza e della fecondazione assistita, contrastano profondamente con i principi posti dall’Unione Europea a tutela dei diritti del cittadino. Principi che motivarono l’esclusione dell’onorevole Rocco Bottiglione, acceso sostenitore delle medesime convinzioni vaticane, dalla nomina a Commissario europeo. Per l’ampia diffusione di cui la propaganda dello Stato Vaticano gode presso i mezzi di comunicazione italiani, in special modo la Rai, televisione di Stato, tali interventi, confermati recentemente dal capo supremo di quello Stato, papa Ratzinger, si configurano come una vera e propria interferenza negli affari interni dell’Unione Europea.

Con questa mia lettera aperta invito pertanto l’Unione Europea, attraverso i suoi appositi organi politici e diplomatici a una ferma presa di posizione contro pressioni teocratiche ingiustificabili che possono turbare non solo le coscienze laiche dei cittadini che si riconoscono nelle regole della Comunità e non in quelle di uno Stato teocratico, ma soprattutto possono contribuire a nuocere profondamente ai principi fondamentali sui quali la nostra Comunità Europea si regge.

Se sappiamo per gli sciagurati avvenimenti di questi ultimi anni quanto pericolosa possa essere l’influenza di idee religiose sugli orientamenti politici di Stati che non appartengono all’Europa, a maggior ragione è necessario impedire che ogni tipo di pressione religiosa possa prendere piede nel nostro continente.

Fiduciosamente e con cordialità

Antonio Tabucchi

19.05.06

Permalink 14:29:08, Categorie: Politica, 795 parole   Italian (IT)

Calciopoli & Tangentopoli

di Gianni Barbacetto

Gli italiani hanno ricominciato a discutere di corruzione. Con la stessa passione che li infiammava più di dieci anni fa. È il calcio a risvegliare il mostro. Sono arrivate su tutti i giornali le intercettazioni telefoniche di Luciano Moggi e dei furbetti del calcettino: partite comprate e vendute. Anzi, peggio: l’intero sistema del grande calcio italiano – calciatori, amministratori, tecnici, designatori, arbitri… – dentro una grande, incredibile combine. Scoperta grazie alle intercettazioni telefoniche da alcuni magistrati, tra cui Raffaele Guariniello: juventino, ha messo ancora una volta sotto torchio la Juve (alla faccia dei giudici di parte!).

Scatta immediata l’indignazione, perché il pallone è una cosa seria, e qui ci sono in ballo scudetti rubati. Poi arriva la riflessione: ma attenzione, questa vicenda è come Tangentopoli. Un sistema di corruzione, pervasivo e scientifico. Appunto. E a questo punto scattano le ipocrisie.
Possiamo catalogare almeno quattro diversi atteggiamenti a proposito dei rapporti Calciopoli/Tangentopoli.

1. C’è chi, come Sergio Romano, parlando di Calciopoli (Corriere della sera, 14 maggio), approfitta per tirare un calcio negli stinchi a Tangentopoli. I soliti luoghi comuni, per carità, niente di nuovo, le solite balle che a forza di essere ripetute diventano vere: i magistrati allora ebbero una reazione “a dir poco anomala”, “s’impadronirono del circuito mediatico e lo alimentarono con fughe, interviste, indiscrezioni”, “cominciarono a contendersi la materia delle indagini”, “si abituarono a vivere nel cerchio di luce dei riflettori e dettero l’impressione di amare il loro nuovo ruolo”. Insomma, Mani pulite fu una “libera uscita” a cui bisognava subito porre termine, rientrando nella compostezza precedente. Cioè nel bel mondo della corruzione impunita.
Come al solito: invece di guardare la luna si guarda il dito che la indica, si rimprovera al termometro, questo inguaribile malato di protagonismo, di segnalare la febbre.
Sergio Romano fa di più: siccome con Calciopoli i magistrati stanno ripercorrendo le strade di Tangentopoli, si appella al Csm, perché bacchetti subito i magistrati che hanno il torto di aver scoperto le schifezze di Moggi e soci. Li blocchino.

2. Ci sono altri che, invece, da tifosi, non se la sentono – questa volta – di attaccare i magistrati che inguaiano soprattutto la grande avversaria bianconera. Così Paolo Liguori – ultragarantista e supernemico dei magistrati versante Tangentopoli, ma anche romanista sfegatato ¬– s’improvvisa “giustizialista” versante Calciopoli. S’inventa una politica del doppio forno: abbasso i magistrati che indagano i politici, evviva i giudici sportivi che indagano su Moggi e compagni. “Del fronte penale onestamente non me ne frega niente. Ma se leggo le intercettazioni di Moggi penso che alla giustizia sportiva non serva altro per agire”, dice Liguori.

Appunto. Da anni Piercamillo Davigo lo va ripetendo: “Se scopro un mio invitato che esce da casa mia con l’argenteria in tasca, non aspetto la sentenza della Cassazione per non invitarlo più” . Quante volte abbiamo ripetuto che c’è il piano penale, quello dei processi, ma prima c’è quello morale e politico, dell’opportunità, che fa escludere dalla politica chi ruba o se la fa con la mafia (vedi Giulio Andreotti) anche a prescindere dalle sentenze?

3. Poi ci sono gli juventini senza se e senza ma. Giampiero Mughini, per esempio: il caso Moggi è uguale al caso Craxi. È vero, fatte le debite proporzioni. Ma Mughini lo afferma per assolvere entrambi: due eroi italiani.

4. Infine, c’è la tendenza Ferrara. Giuliano Ferrara assolve Moggi non in quanto juventino, ma in quanto intrallazzatore. Sì, gli piacciono i mascalzoni, a cui ha dedicato, qualche tempo fa, una serie di articoli sul Foglio. Utilizzando come al solito il metodo dei Sofisti, con il quale si diverte a sostenere ogni causa (ma potrebbe sostenere anche il contrario), Ferrara si scaglia contro il “nuovo processo al sistema”, la “storia che si ripete come farsa”, il “disegno inintelligente di chi vuole per pura ipocrisia che gli sia descritto un mondo senza stalle, senza stallieri e senza cacca”. A Ferrara, si sa, la cacca piace. E gli stallieri pure (pensava a Vittorio Mangano, il fattore di Arcore?). Dunque gli piace il fango emerso nel calcio italiano. Ripete che tanto nessuno è pulito (ma parli per sé) e stigmatizza il “giacobinismo pallonaro che potrebbe portare alla morte del calcio, come quello giudiziario che ha portato alla morte della politica e alla sua sostituzione con la goffa caricatura dei nostri anni” (ma allora è una goffa caricatura anche Silvio Berlusconi?). La Juve ruba partite e scudetti? Ma “resta una necessità. Così come resta necessaria la politica, sebbene la si sia avvilita all’esercizio di una banda di ladri per moralismo autoassolutorio, sepolcro imbiancato”. Per finire inneggiando al machiavellismo da stadio espresso da “un povero ma onesto striscione: Il fine giustifica i mezzi”. Così si diverte Ferrara, a spese di chi paga le tasse.

E così i campioni d’Italia non perdono l’occasione: scrivere di Calciopoli per massacrare Mani pulite.

28.04.06

Permalink 09:58:05, Categorie: Politica, 583 parole   Italian (IT)

Rifondare la politica

di Diego Novelli

Il voto del 9 e 10 aprile ha evidenziato, senza possibilità di equivoci, che il “caimano” alberga nel fondo delle viscere di metà degli italiani. E non da oggi. E nemmeno dal momento della discesa in campo del Cavaliere, nel 1994.

A partire dal 1980 (dopo la grande stagione dei movimenti e delle lotte di massa nelle fabbriche, nelle scuole, nelle città, stroncata con tutti i mezzi, non esclusi le stragi, il terrorismo, la P2, gli apparati dello Stato deviati) abbiamo assistito a un lento ma progressivo mutamento della cultura politica in Italia, sotto la maschera di una falsa modernità.

Nasce in quegli anni il cosiddetto decisionismo, il mito del leaderismo, l’allergia per le regole e la faticosa pratica della demagogia, il fastidio per la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica, l’intolleranza per la giustizia, l’esaltazione dell’individualismo, il compatimento per la solidarietà e lo scherno della questione morale.

Sono gli anni della “Milano da bere”, delle feste mondane di quell’“avanzo di balera”(come lo definì Enzo Biagi) di Gianni De Michelis, delle prediche su Proudhon di Claudio Martelli, dei conti protezione in Svizzera e dei tesoretti delle tangenti di Bettino Craxi.
Tutti questi pericolosissimi virus si sono diffusi in modo indisturbato, nel silenzio di gran parte degli intellettuali e nell’imbarazzo (se non addirittura con l’ammiccamento) di alcuni settori della sinistra affetti da complesso di inferiorità.

La politica è diventata una merce da collocare, le istituzioni delle aziende da gestire con piglio autoritario, padronale; l’educazione e la cultura sono stati trasformati in spettacoli di quiz («la vita è tutta un quiz», cantava Renzo Arbore). “Il Grande fratello”, “L’isola dei famosi”, le vicende delle sorelle Lecciso sono diventati il simbolo dell’era della turbopolitica. Il berlusconismo ha sguazzato in questo ammorbante brodo di cultura, dando legittimazione ai razzisti delle Lega di Bossi e di Borghezio, agli squadristi neri nostalgici del nazismo e dei repubblichini di Salò, teorizzando che i figli degli operai non devono avere pari diritti di quelli dei professionisti.
Come è stato possibile che l’Italia moderata, conservatrice, borghese (ma comunque democratica) abbia tollerato tutto questo?

Antonio Tabucchi nel suo ultimo illuminante libro, “L’oca al passo”, ci ricorda che «De Gaulle ha imposto l’antifascismo come linea comune e invalicabile non solo dell’essere democratici, ma addirittura dell’essere francesi».
E invece da noi, in Italia, come ha scritto Gustavo Zagrebelsky su «MicroMega», «abbiamo sottovalutato come esempio di sottocultura l’elogio dell’illegalità, il linguaggio grossolano e finto colto, i gesti scurrili, le volgarità studiate a tavolino… Non è sottocultura; è un’altra cultura». E ancora:«il popolo che si vuole che sia non è quello che sceglie, che decide, che discute, che approva o disapprova, promuove o boccia i suoi rappresentanti.

È invece il popolo che non agisce ma reagisce, non si esprime da sé, ma è sondato… Vincere le elezioni non significa affatto, di per se, avere sconfitto la demagogia. Bisognerà ripensare da capo la democrazia».

Ripensare la politica, diciamo noi. Rifondare la politica per cambiare radicalmente il modo in cui è stata concepita e praticata in questi ultimi trent’anni, restituendole dignità, coerenza e competenza. La politica intesa come utopia e scienza: fantasia, immaginazione, creatività, passione e nello stesso tempo rigore, studio, impegno, conoscenza. Il «caimano» il 9 e il 10 aprile non è stato definitivamente sconfitto. È stato provvisoriamente bloccato. Per vincerlo occorre un paziente, umile, costante lavoro di educazione civile, pre-politica, facendo sempre prevalere la ragione sull’emotività, la cultura sull’ignoranza, la tolleranza sull’arroganza, il bene comune sull’egoismo personale.

21.04.06

Permalink 11:01:31, Categorie: Politica, 743 parole   Italian (IT)

Abbiamo vinto o abbiamo perso?

Achille Occhetto

La risposta a questa domanda non é affidata alla Cassazione. Sul piano strettamente numerico il centro-sinistra ha vinto per un pugno di voti. Sul terreno della legalità democratica Prodi deve essere immediatamente chiamato a costituire il suo legittimo governo.

Voglio ricordare alla destra che nel ’94 - quando la sinistra con i progressisti raggiunse il suo massimo storico, il Pds passò, in due anni, dopo una dolorosa scissione, dal 17 al 21 per cento, e al Senato l’insieme delle forze antiberlusconiane aveva raggiunto la maggioranza - io mi presentai alla Tv, pochi minuti dopo il risultato, per riconoscere che avevamo perso e che il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto, legittimamente, affidare l’incarico di formare il nuovo governo al cavalier Berlusconi. Eppure avevamo perso numericamente ma non politicamente, come si dimostrerà pochi mesi dopo con la crisi del governo di centrodestra.

Per questo anche oggi è del tutto legittimo porsi la domanda: abbiamo vinto o abbiamo perso?
I grandi partiti del centro sinistra hanno perso clamorosamente, l’Ulivo ha retto grazie alla centralità della figura di Prodi, la sinistra radicale, pur avendo, tutto sommato, avuto un risultato migliore di quello dei riformisti moderati, non ha avuto il coraggio di presentarsi unita, in modo tale da fornire un autentico messaggio di speranza alla sinistra.
Si tratta di una vittoria di Pirro.

Non per l’esiguità del vantaggio numerico: in democrazia conta anche un solo voto di scarto. Ma per la vacuità dei protagonisti. Basti pensare che dopo un risultato in cui la sinistra continua ad essere penalizzata da quasi tutto il Nord, non abbiamo visto sul loro volto il minimo segno di preoccupazione, la minima esigenza di comprensione, nemmeno un cenno di autocritica, un sussulto problematico.

No, erano già tutti pronti a disegnare scenari entro i quali fosse possibile garantire l’autoconservazione di una classe dirigente, anche attraverso occhieggiamenti trasversali. Non si può sfuggire all’impressione che l’Italia sia dominata da una decina di uomini, a destra e a sinistra, la cui massima preoccupazione, indipendentemente dal risultato del voto, sia quella di garantire se stessi.

Adesso capisco perché sono stato considerato un matto per avere – per molto meno – dato le dimissioni!
L’esiguità del risultato non sarebbe nulla se avessimo subito assistito ad un unitario scatto di orgoglio: e invece guardateli, comuni mortali, reduci da tante sconfitte, rivendicare per sé con iattanza e in contrasto aperto con i propri compagni di cordata le massime cariche dello Stato!Lo spettacolo è deplorevole.

Ed è tanto più preoccupante perché sappiamo che il compito che attende Prodi è assai arduo e che le crepe programmatiche e le divisioni tra gli alleati dell’Unione sono visibili ad occhio nudo. Per questo, nell’augurargli buon lavoro, voglio ricordare a Prodi il monito lanciato nell’epilogo del mio ultimo libro “Potere e antipotere” là dove dico: “le più immediate vicende politiche di casa nostra dimostrano, direi in modo plastico, come il pensiero unico monetarista cerchi di utilizzare una parte della sinistra per battere una parte della destra, conservando tuttavia l’essenziale dentro uno schema da “rivoluzione passiva”.

Dimostrano come si intenda utilizzare la sinistra per un’operazione di facciata che serva solo a liberarsi delle punte più selvagge della destrutturazione di destra.
La sinistra in Europa è chiamata, dunque, a un ripensamento che le permetta di padroneggiare, a livello di governo, i contenuti dell’offensiva neoconservatrice che ha dominato il mondo occidentale. Ma su quale base la sinistra può trovare la risposta a questo problema gigantesco? Sulla base della cultura dei fronti di liberazione dalla destra, oppure, attraverso un suo progetto di governo della società?

Se l’obiettivo è quest’ultimo, allora non si può sovrapporre, all’interno di una cosiddetta ricerca unitaria della sinistra, il fascino discreto delle suggestioni neoliberiste e la mera difesa corporativa della propria vecchia base sociale.
A questo proposito abbiamo da tempo condannato sterili posizioni “difensiviste” che non sapevano fare i conti con la crisi fiscale dello Stato e con l’esigenza di un radicale ripensamento della stessa tradizione socialdemocratica dello Stato sociale. Per avviare una riforma del welfare che non fosse più chiusa nelle anguste gabbie burocratiche.
Il problema che ci sta di fronte, tuttavia, è molto più complesso. Ma dove si discutono, in termini programmatici e progettuali, certe cose?”
Ecco, dove le discutiamo?

Per questo dico a Prodi: se non vuoi fare la fine dell’altra volta convoca subito una “Convenzione delle idee” aperta a tutto il popolo di sinistra. Non lasciarti chiudere nel cerchio di fuoco dei soliti signori della guerra.

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